ce l'ho da stamattina quando ho letto un cartello sulla vetrina di american apparel, un negozio al centro di roma. "Per CELEBRARE le festività natalizie saremo aperti tutte le domeniche di dicembre". celebrarecelebrarecelebrareassurdo questo verbo. Non che non sia appropriato per un negozio a Natale, del resto. E Roma non c'entra niente. Solo ho un po' di nostalgia per i luoghi dell' adolescenza eterna.
E tu ti sei stupito che quando sei tornato hai visto che non c'era più la nostra casa perfetta per andare a caccia in tutte le stagioni, soprattutto quelle fredde. Ci dev'essere stata solo un'ombra nera nascosta al suolo, in quel punto, come traccia silente di un'esplosione o di un incendio. Una traccia grande quanto la casa più o meno, nascosta in mezzo alla foresta come la casa. Come la selvaggina. Come la cacciagione. Latitante.
e mentre io piangevo, gli chiedevo perdono, gli assicuravo che non avrei mai cercato di catturarlo se non avessi avuto quei debiti quel maledetto vizio del gioco, mi ha mostrato il coltello che teneva nello stivale e ha sghignazzato ma poi non l'ha estratto. Resterai a vivere qui ora, ha detto, in questa catapecchia per il resto dei tuoi giorni. io piangevo e non mi rendevo conto che in quel momento mi aveva risparmiato la vita e dovevo essergli grato e basta, così ho detto che avevo paura a restare lì tutta la vita. e allora lui non ci ha visto più e ha dato fuoco a tutta la casa, ma neanche stavolta mi ha ucciso. mi ha lasciato lì a piangere ancora e mentre se ne andava abbassando la gamba dei pantaloni per ben coprire lo stivale a punta e il coltello che senza dubbio lo avrebbe fatto riconoscere al mondo come Il Bandito mi ha chiesto: Cosa ti spaventava a restare qui tutta la vita e io ho risposto che avevo paura che nessuno altro mi avrebbe trovato lì, in fondo al bosco, che non avrei potuto più far sapere nulla a nessuno di me, né sapere nulla di nessuno, soprattutto di te, non avrei saputo più niente di te. non avrei mai potuto sapere se mi avresti cercato, se mi avresti ritrovato, gli ho spiegato che potevo stare da solo anche per sempre ma non senza sapere niente così, senza sapere che fine facevano gli altri e senza sapere se gli altri sapevano o no la fine che avevo fatto io e lui ha ribattuto ( e mentre ribatteva rideva, rideva, e rideva) non è l'informazione che ci manca a questo mondo, tu non hai capito proprio un cazzo che l'informazione è l'ultima cosa che ci manca E io inginocchiato lo guardavo ancora dal polpaccio in giù e temevo ancora il suo coltello negli stivali e invece lui ha preso una pistola dalla tasca della giacca, e mi ha sparato, e se ne è andato, e nessuno era più sereno e saggio di lui mentre lo faceva, tanto che finì per vivere felice, e contento. La vita migliore che uno può desiderare
Ludwig siamo solo io e te chiusi in una stanza. Tu mi stai davanti a gettare spire di fumo lungo pensieri inevasi, io sono ancora attaccata di prepotenza alle sbarre, e attaccata ho addosso una smania di evadere verde. Presto non avremo che guai. Molto prima che questo pavimento per topi ceda sotto il peso del tuo sguardo, il tuo occhio prenderà la forma del tuo campo visivo o sarai tu, quel che resta di te, a diventare a forma di occhio. Diventerai un occhio gigantesco che conosce solo la legge dell'occhio per occhio. Sarai l'occhio sempre sveglio che mena minacce di morte. Ti spalancherai nel cuor della notte, scolpirai alla finestra ladri che prima non c'erano. L'altro occhio resterà chiuso, derubato nel sonno senza il becco d'un sogno. A me sarà mancata l'astuzia di Ulisse per accecarti, nel frattempo. Così, tu avrai continuato a vedermi.
Non credevo di trovarti in questa cella così poco raggiunta dalla luce. Invece sei qui e mi riveli che in questo carcere sono così sommmersa dal successo che mi è sfuggito di mano. Mi fai sognare di essere uno di quei cantautori senza polso che abbandonano la carriera per un campo di grano. Tacerebbero i frutteti, si riposerebbero le zolle. Noi probabilmente ci daremmo solo la zappa sui piedi, ma almeno saremmo nel giusto.
Non credo quindi che la mia ossessione di vedere, essere vista, mi farà abbandonare la prigione. Preferisco stare qui, appesa alla parete, a vivere di visite, di nasi spiaccicati alle vetrine, violentemente felice.
Viviamo di statistica, violentemente felici.
Lunghe spire i tuoi pensieri inevasi. Ma non fumai con te, non eri venuto in pace.
Con l'autorizzazione di uno sguardo infine ti lasciai uscire. E fu bello vederti la giacca sventolare nel sole.
"Io la vita l'ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l'ho goduta perché mi piace anche l'inferno della vita, e la vita spesso è un inferno. Per me la vita è stata bella anche perché l'ho pagata cara".
Alda Merini
(le sole cose di cui non posso fare a meno sono il fumo, il rossetto e le cavigliere per il dolore)
immaginati quel momento, tra vent'anni. busserai a casa mia con una scampanellata puerile. ti presenterai puntualmente a quell'ora che secondo te è l'ora di merenda. stavolta non sveglierai mia madre. sarai tu che mi ricorderai la tua figura ignobile, e sarà il tuo volto che mi ricorderà il passaggio del tempo. i tuoi occhi mi ricorderanno i miei. li uso per guardare e li guardo raramente. quel giorno sarà una giornata qualunque. io abiterò in uno stabile a più piani di cui alcuni disabitati, in una zona a metà tra il centro e la periferia, in una città di media grandezza. mi ricorderai quella provincia che non ha niente, la tua, dove ha sempre fatto troppo caldo per pensare e mancava pure il mare. irromperai nella mia vita consumata e mi ricorderai il disagio della prima volta che mi hai costretto a sopravvivere alla gelosia d'estate. quel giorno in cui verrai non ci sarà niente a consolarmi di aver perduto la gioventù e la grazia. arriverai come eri solito fare e proverai a consolarmi con le tue pessime idee. metterai un disco dei nostri. per allora, avrò finalmente dimenticato le mie canzoni preferite. non avrò il coraggio di dirtelo. la musica suonerà in sottofondo mentre noi ci guarderemo da un capo all'altro del tavolo come due intenditori improvvisati. più improvvisato io. per salvarti la vista dal cemento pianterò il tuo sguardo nel mio, ti impedirò di guardare oltre i vetri. a sera, ti cimenterai con parole complicate, in un buio spoglio di argomenti, sulla via del ritorno. io non ti avrò invitato per cena.
Prestami il tuo volto da puttana, il volto da puttana che presti di solito tu. Prestami quel volto che conosce tutte le smorfie. Prestami le tue gambe. Prestami gli spasmi di tutte le gambe. Prestami l'occhio vinto con cui hai vinto, e le anime che t'hanno comprato quel successo insperato. Voglio il tuo sole spento, tutto il tuo sgomento, i fantasmi del tuo letto soffocato e i flutti vorticosi del tuo cesso. Prestami il tuo sputo, tutto ciò che hai avuto. Prestami il tuo volto da puttana, la tua fronte scissa senza colpo ferito, ogni tua carità cristiana, la tua voglia di svanire sempre e adesso, e il resto, tutto. Dammi quel viso che ti hanno deriso, nelle fiamme d'inverno, tra le fronde e le doglie, quel tuo sangue scolato per il paradiso.
ancora non ti capisco, sai. come hai fatto ad ignorare il personaggio che hai covato dentro di te per più di un anno. quella figura smilza che hai ritagliato con cura dal tratteggio filiforme della realtà. (la tua povera realtà di questi e di quei giorni). non ti capisco, sai. rimandare assurdamente il suo debutto in scena, rimandare il debutto di lui (lui ombra e grazia) che ti pregava e ti pagava tanto, che non vivrebbe per altro (trafitto dalle luci della ribalta, ebbro di erba e di tenebre). smarrire la via nella notte qualunque, senza i tranelli d' una sorte da fiaba, smarrire la bocca e ingoiare l'amaro, l'amaro sanguigno da notte di giugno.
è vero, mi sono smarrita.
e ho scelto di annegare in un piatto di cozze cucinate male, in un ristorante sconcio di mare. dove prendevo lezioni di chitarra da un gruppo di camerieri addestrati al naufragio ma con la battuta pronta. con la battuta pronta mi sono ritirata a mangiare la polvere in un cantiere che avevano già spazzato.
mia nera eroina col trucco scucito, il cappotto sempre fradicio. ho dato tempo al tempo. e alla fine mi sono dimenticata. col mio orgoglio barcollante e il baricentro nel cappello. mi sono dimenticata. ho perso l'udito. sono andata a cercare il caldo con un po' di malinconia. non tralasciando di trasferire la violenza domestica di casa mia all'estero. sulle strade di questa città. guardare le sparatorie. tutto il giorno. col volto scucito.
un tempo il trucco ti colava per allegria. tu sapevi che era ridicola l'allegria. il trucco ti colava ridendo. correndo in mio soccorso ti calava la maschera da eroina. ti sfilavi il cappotto fradicio, opponevi il tuo corpo al caso. la tua fragilità incredula, la tua sporca innocenza e mai una messa che le rendesse giustizia. solo una colpa rimasta aggrappata. e una sciarpa impiccata. tentando di uccidere e resuscitare tutti in un teatro napoletano. con la sciarpa impiccata nell'aria, i miei occhi al soffitto, il trucco ti colava ridendo, il tuo trucco scucito, il cappotto sciolto alle intemperie
ho fatto un sogno ricorrente. per più di trent'anni.
cosa sognavi?
che dovevo partire per l'america. anche quando ero già tornata da tanto tempo.
e non hai mai smesso?
sì, ma solo dopo che è morto tuo nonno.
forse perché ti ci ha portato lui, in america.
ma che ne so. prima partire era veramente come morire, perché non sapevi davvero se tornavi. però ho sentito di altra gente che fa sogni ricorrenti, è normale, non è che sono io che sono malata.
la gente di solito sogna di rifare l'esame di maturità.
magari avessi fatto la maturità, io. prima che arrivasse quel momento, ero già salita sulla nave e mi stavo strappando i capelli.
addirittura?
l'orchestra suonava "arrivederci roma" finché si vedevano le ultime luci dell'italia. poi taceva fino a gibilterra.
e tu piangevi come la fontana di trevi.
sì. e anche quando sognavo. E quando mi svegliavo, mi arrabbiavo con me stessa per non essermi svegliata prima di quel pianto.
"Molto prima dell'alba compresi che stavo cercando di mettere a fuoco una cosa che sapevo da sempre, ossia che il coraggio è una forma di costanza, e che prima di tutto il codardo abbandona sempre se stesso. In seguito tutte le altre viltà vengono da sole".
osservo il tuo religioso silenzio farsi da parte. osservo il tuo religioso silenziomentre ti fai da parte. "SENZA SENSO TU RISVEGLI UN'ETERNA ANGOSCIA"
non c'è niente di più bello che sognare, in provincia, di andare un giorno al centro del mondo. siamo tutti drogati di tristezza, in provincia, e sappiamo poco della vita. ci sappiamo muovere poco. c'è più spazio per sognare però. soffriamo meno del contrasto con la realtà. non ci dobbiamo difendere dalla realtà. ci difendiamo meno. siamo meno sommersi. non ci sappiamo difendere. ed è anche più difficile salvarsi. si assapora meglio la sera, in provincia. le giornate finiscono di meno la sera, in provincia. siamo meno stanchi. la città è più silenziosa. siamo in pochi ancora in giro. ma le strade sono nostre. sentiamo la voce della televisione provenire dai palazzi e per noi è come il canto del grillo. la campagna si raggiunge a piedi, in provincia.
dal davanzale della mia finestra, ho sognato spesso di andare a new york esclusivamente per attraversare una strada, rigorosamente sulle strisce. attraversare da marciapiede a marciapiede e una volta raggiunta la sponda giusta percorrere la via battendo i tacchi sull'asfalto in un modo molto particolare. hey babe, take a walk on the wild side. li senti quasi che ti chiamano, nascosti tra le macchine del parcheggio sotto casa tua. per l'occasione avrei messo degli stivali rossi come quelli di vincent gallo. ma solo per un'occasione del genere. al massimo, con quegli stessi stivali ci andrei a fare un aperitivo a los angeles. come unico scopo, sempre, sbattere i tacchi sul marciapiede con grande convinzione. e forse ci ho provato lo stesso, senza andare in nessun luogo. ho fatto le prove per quando ci andrò, a los angeles. che è la città d'america che più mi inquieta. al solo pensiero, quindi pregiudizialmente. ma penso di avere ragione. meglio sarebbe non andarci proprio fingendo di ricordarla così, una serata superficiale, passata a bere cocktail molto colorati. quel tipo di serata da persona che sbriciola la vita bevendo cocktail scintillanti in bicchieri trafitti dalle luci della ribalta.
tornerei a casa subito dopo poi, e subito in cortile, subito a menare il can per l'aia e ad abbaiare alla luna piena. resterei accovacciata per un po', a coltivare malinconie a quattro zampe, con lo sguardo assorto, astratta in una posa tipicamente provinciale e ignara di tutto.
nelle canne da pesca. Appesi. come appresi molto tempo fa. la solidarietà tra pesci, nelle cantine umide. ti ho preso per i capelli in un giro di boccia coi pensieri in apnea.
ti guardavo fuggire in cerchio.
la forza centrifuga del tuo mestolo di legno girare il sugo con una mia mano, dall'alto delle soffitte sconfitte. con l'incapacità che mi contraddistingue il tuo sapere trapassato i trucchi della nonna tenuti stretti su un viale remoto in un angolo malcustodito in un cervello bruciato in un pianoforte scordato in un cuore afflitto, in un volto di gatto. Nel deforme ritratto col profilo scolpito (con cui mi hai tradito). "Per chi non ha capito".
le carte di un oroscopo muto, i vapori dell'acqua i miei dubbi risorti su questa pignatta il coperchio che scatta, mandandoli indetro senza il minimo aiuto, come te che gli davi la caccia. In attesa di pioggia un estremo saluto nel cortile salato l'unica traccia di un pranzo imbandito
Sulle panchine, all'imbrunire. Il declino di marzo. La mamma è spaventosamente invecchiata. Forse malata. Forse preoccupata. Non immagina neanche. La luce argentea spira sui tetti della periferia e spinge il loro grido verso il fondo. L'aria azzurrina si scompone al vento. I suoi schiaffi tormentano i palazzi, rimbalzano sui cipressi, ululano preghiere al Santo Paolo curvo sul campanile. Con lo scettro di marmo e le viscere rotte, piegato sotto la cascata dei raggi lunari , come sempre quando si fa buio. La mamma non immagina neanche. Dà le spalle alla finestra e guarda dentro. Le è sempre piaciuto il giallo, e l'autunno più della primavera. Ora infatti ha acceso la luce.
Così abbandonammo piazza Capecelatro più serenamente. Sotto un cielo equidistante, dato che tutti dormivano e gli autobus avevano smesso di circolare da un po'.
Sotto il cielo equidistante. Tutti dormivano.
(Nella cascata).
(Nella cascata notturna).
(Cascando).
Nella cascata mi bagno.
Nella cascata che giunge a te.
Bagno i piedi di sasso in sasso
e scendo giù da te.
Nella cascata tu mi lavi
Nella caduta tu mi lavi
Sono caduta perchè non posso
ma nella cascata giungi tu.
Mi sono fatta male ma nella cascata mi hai lavato tu.
Nella cascata i piedi che scivolano
Lisci sui sassi che giungono da te
Nella cascata sassi lisci che sasso dopo sasso
Nella cascata sasso dopo sasso
mi hai lavato tu.
Nella cascata sassi lisci sono scivolata
Nella cascata scivolo su di te
Nella cascata tu mi lavi
mi guardi mentre casco
Tu mi guardi tu mi lavi
Sulla via lastricata che giunge a te.
Caduta sotto la pioggia
Trasportata dalla corrente di un fiume di pietre lisce
sono caduta
Nella cascata mi hai lavato, nella cascata, nel tuo paese,