Sunday, October 07, 2007
Tuesday, August 28, 2007
Wednesday, August 01, 2007
Monday, July 23, 2007
Saturday, July 21, 2007
Tuesday, July 10, 2007
Friday, May 04, 2007
Friday, April 06, 2007
Tuesday, March 06, 2007
4?
K.S. fa un sogno.
Quando le serrande sono abbassate da tempo e gli occhi serrati contro il cuscino, sogna v. su un marciapiede di periferia, in piedi sulla sponda opposta della strada.
V. è un agnellino bianco col volto rosa cartonato e trema così forte da far perdere alla sua figura il nitore dei contorni.
K.S. non è più lontana di 3 o 4 metri, eppure gli sembra che esso scomparirà da un momento all’altro se smette di guardarlo.
Catapultata dunque sul ciglio della strada per alimentare la fiammella d’una candela giunta in fondo alla stoppa.
Si agita la luce ossea della cera, il manto di lana si adombra.
Vacillare ottico bianco sporco in completa aritmia.
Il suo sguardo occhi negli occhi sembra d’un tratto dare ossigeno alla creatura morente. Continua a guardarlo. Non può fare altro che guardarlo sempre più intensamente.
Il suo sguardo occhi negli occhi disegna sull’asfalto una immaginaria linea della vita.
La strada è allora il palmo di una mano.
L’agnellino si assenta ogni tanto per piangere, e K.S. è costretta a spalancare le palpebre per richiamarlo all’ordine.
Ma forse invece dovrebbe prenderlo su di sé, e fare qualcosa immediatamente.
Prova quindi ad avvicinarsi, ad abbracciare quella sofferenza di carta. La linea si accorcia.
V. è sulla sua mano. Dovrà fare attenzione a non chiuderla troppo forte, d’ora in poi.
Insieme percorreranno il sentiero che conduce a una fiera fatta di grossi tendoni da circo. I tendoni sono a righe bianche e rosse o bianche e blu o bianche e verdi e stanno piantati nel fango.
Seguiranno un corteo in discesa, festante come a processione finita. Col vago intento di volteggiare tra i fiori e l’acqua lanciati per strada, giungeranno in pianura. Staranno a guardare un gruppo d’uomini dipingere tele per strada come nelle piazze turistiche o davanti ai grandi panorami o nei mercati, fino a quando non calerà la sera e poi la notte, e sarà buio e farà freddo, e le gambe finiranno per rabbrividire sotto la luce lunare.
Due gambe nude sussultano infatti adesso sotto il fascio bluastro dei raggi. Discendendo allegramente il sentiero circense hanno disertato le lenzuola.
Quando le serrande sono abbassate da tempo e gli occhi serrati contro il cuscino, sogna v. su un marciapiede di periferia, in piedi sulla sponda opposta della strada.
V. è un agnellino bianco col volto rosa cartonato e trema così forte da far perdere alla sua figura il nitore dei contorni.
K.S. non è più lontana di 3 o 4 metri, eppure gli sembra che esso scomparirà da un momento all’altro se smette di guardarlo.
Catapultata dunque sul ciglio della strada per alimentare la fiammella d’una candela giunta in fondo alla stoppa.
Si agita la luce ossea della cera, il manto di lana si adombra.
Vacillare ottico bianco sporco in completa aritmia.
Il suo sguardo occhi negli occhi sembra d’un tratto dare ossigeno alla creatura morente. Continua a guardarlo. Non può fare altro che guardarlo sempre più intensamente.
Il suo sguardo occhi negli occhi disegna sull’asfalto una immaginaria linea della vita.
La strada è allora il palmo di una mano.
L’agnellino si assenta ogni tanto per piangere, e K.S. è costretta a spalancare le palpebre per richiamarlo all’ordine.
Ma forse invece dovrebbe prenderlo su di sé, e fare qualcosa immediatamente.
Prova quindi ad avvicinarsi, ad abbracciare quella sofferenza di carta. La linea si accorcia.
V. è sulla sua mano. Dovrà fare attenzione a non chiuderla troppo forte, d’ora in poi.
Insieme percorreranno il sentiero che conduce a una fiera fatta di grossi tendoni da circo. I tendoni sono a righe bianche e rosse o bianche e blu o bianche e verdi e stanno piantati nel fango.
Seguiranno un corteo in discesa, festante come a processione finita. Col vago intento di volteggiare tra i fiori e l’acqua lanciati per strada, giungeranno in pianura. Staranno a guardare un gruppo d’uomini dipingere tele per strada come nelle piazze turistiche o davanti ai grandi panorami o nei mercati, fino a quando non calerà la sera e poi la notte, e sarà buio e farà freddo, e le gambe finiranno per rabbrividire sotto la luce lunare.
Due gambe nude sussultano infatti adesso sotto il fascio bluastro dei raggi. Discendendo allegramente il sentiero circense hanno disertato le lenzuola.
K.S. apre gli occhi.
K.S. apre gli occhi.
E' ancora molto presto, troppo presto. Sfiora il pavimento con un dito. Retrocede. Indietro, supina, a ricercare la coperta. Anche due piedi guardinghi e scalzi possono spezzare il silenzio delle mattonelle della cucina, di notte. E' meglio, molto meglio non svegliare nessuno. Far finta di dormire, di non esistere, di non essere mai stati lì, niente rumori e niente tracce, anche se la notte è la prima sia a nascondere che a rivelare.
Il cielo di fine inverno infatti trattiene ancora la luce tutta per sé, si spinge poco verso il mondo, lascia giocare tranquillamente i ladri d'appartamento con la propria ombra sulle pareti oltremare. Muti come pesci ingrassano e dimagriscono mentre nuotano intorno alla luna di vetro. Pare dunque che la notte col suo silenzio acqua nell'acqua non li tradisca mai, e invece una goccia traditrice cade di tanto in tanto dal rubinetto, si posa di peso sulla lastra del lavandino, rompe l'incanto sottraendo al buio un po' del suo anonimato.
Il cielo di fine inverno infatti trattiene ancora la luce tutta per sé, si spinge poco verso il mondo, lascia giocare tranquillamente i ladri d'appartamento con la propria ombra sulle pareti oltremare. Muti come pesci ingrassano e dimagriscono mentre nuotano intorno alla luna di vetro. Pare dunque che la notte col suo silenzio acqua nell'acqua non li tradisca mai, e invece una goccia traditrice cade di tanto in tanto dal rubinetto, si posa di peso sulla lastra del lavandino, rompe l'incanto sottraendo al buio un po' del suo anonimato.
Dobbiamo lottare contro l'udito, allora, di notte, pensa K.S.
Non provare più a scendere dal letto.
Non pensare più a muoversi.
Rimettersi tra le coperte piano, respirare per sbaglio.
Non pensare più di muoversi più di così.
Rimettersi le mani tra le gambe e i piedi uno sull'altro.
Non pensare più fino a domani.
Non pensare più per non muoversi.
Non avere più alcun motivo per muoversi.
Anche se molte cose si muovono irrimediabilmente senza pensare.
Di notte, ho paura di pisciare.
Anche se molte cose si muovono irrimediabilmente senza pensare.
Di notte, ho paura di pisciare.
Wednesday, February 28, 2007
Sunday, February 18, 2007
Friday, February 16, 2007
Tuesday, February 13, 2007
Tuesday, February 06, 2007
Tuesday, December 05, 2006
3?
v. aveva sempre indosso magliette delle mie tonalità di blu preferite. penso di aver tardato ad abbandonarlo col pensiero, nonostante le sempre più frequenti collisioni di quest’ultimo con la realtà del suo ambiguo diniego, perchè non mi era mai capitato prima di assistere a una simile incarnazione delle mie fantasticherie collegiali.
quella da lui vestita, dal capo alle scarpe, dal terreno da esse battuto al paesaggio che ne componeva l’orizzonte, era l’uniforme che avevo dato anni prima al breve senso di soffocamento crepuscolare che mi coglieva la sera. non riuscivo a sopportare il cielo che s’arrossa sempre più e poi schiarisce e poi s’adombra ancora, senza pensare di condividere la visione di questo passaggio con qualcuno. avevo bisogno di un’immagine umana dolce e un po’ triste che potesse contenere tutto questo, qualcuno al cui profilo queste tinte –a differenza mia- fossero connaturate. occhio nordico, sorriso latino, naso greco, voce asiatica, sommessa, mani da pianista boemo, magrezza africana, capello alla beatles, occhiali alla woody allen.
Friday, December 01, 2006
Wednesday, November 29, 2006
2?
Una telefonata giunge di colpo.
K.S. intingeva un biscotto nella grande tazza nera.
La tazza disegnava dei cerchi sul tovagliolo di carta.
Il caffé disegnava il fondo della tazza sul tovagliolo.
I fondi di caffé giacevano nel cassetto lustro della macchina per l’espresso.
ESPRREESSOOO.
La bevanda non si scolava mai del tutto.
Sul fondo della tazza rimanevano sempre due gocce girate nelle opposte direzioni.
Giravano in tondo.
A disegnarne il cerchio.
Giro, giro-tondo.
Dove non arrivava il liquido e finiva il mondo, portavano a termine il compito pochi granelli neri.
Ponti di sabbia, ponti di fango.
Giungeva uno scroscio, di quando in quando.
Il fondo del caffé infangava il fondo della tazza.
Una telefonata giunge di colpo.
K.S. esita un attimo.
Aggredita dall’altra parte del filo.
-Ancora non lo so
Ti ho detto che ce l’ho.
Ti ho detto che avrei preso io l’iniziativa.
Su questo mi pareva di essere stata chiara.
Annuisce adesso.
Non emette suono però.
Chissà se quello capisce lo stesso.
Sussulta.
In fondo è in difetto, si sa.
O in ritardo.
In ritardo, sicuramente.
Bisognava aver già sferrato il colpo.
Da tempo.
Sa rispondere.
No.
Sì, sa rispondere.
No.
Cioè,
non sa se sarà compresa.
Intanto che il peso cresce.
L’odore dei soldi si allontana.
Soldi e vendetta non sono la stessa cosa.
Coi soldi si scende ancora un po’ più in giù.
Giù, più giù.
Nel fondo nero nero.
Giù sul fondo del caffè.
Alla fossa delle Marianne, a picco laggiù.
(Am Mariannengraben).
Vendicarsi invece è come mangiare.
Si mangia tutti i giorni.
Per questo lei non ha fretta.
La voce la incalza.
-Allora?
Allora…
allora non so… è che…
Non so.
Non so chi colpire.
Perciò non posso agire.
K.S. intingeva un biscotto nella grande tazza nera.
La tazza disegnava dei cerchi sul tovagliolo di carta.
Il caffé disegnava il fondo della tazza sul tovagliolo.
I fondi di caffé giacevano nel cassetto lustro della macchina per l’espresso.
ESPRREESSOOO.
La bevanda non si scolava mai del tutto.
Sul fondo della tazza rimanevano sempre due gocce girate nelle opposte direzioni.
Giravano in tondo.
A disegnarne il cerchio.
Giro, giro-tondo.
Dove non arrivava il liquido e finiva il mondo, portavano a termine il compito pochi granelli neri.
Ponti di sabbia, ponti di fango.
Giungeva uno scroscio, di quando in quando.
Il fondo del caffé infangava il fondo della tazza.
Una telefonata giunge di colpo.
K.S. esita un attimo.
Aggredita dall’altra parte del filo.
-Ancora non lo so
Ti ho detto che ce l’ho.
Ti ho detto che avrei preso io l’iniziativa.
Su questo mi pareva di essere stata chiara.
Annuisce adesso.
Non emette suono però.
Chissà se quello capisce lo stesso.
Sussulta.
In fondo è in difetto, si sa.
O in ritardo.
In ritardo, sicuramente.
Bisognava aver già sferrato il colpo.
Da tempo.
Sa rispondere.
No.
Sì, sa rispondere.
No.
Cioè,
non sa se sarà compresa.
Intanto che il peso cresce.
L’odore dei soldi si allontana.
Soldi e vendetta non sono la stessa cosa.
Coi soldi si scende ancora un po’ più in giù.
Giù, più giù.
Nel fondo nero nero.
Giù sul fondo del caffè.
Alla fossa delle Marianne, a picco laggiù.
(Am Mariannengraben).
Vendicarsi invece è come mangiare.
Si mangia tutti i giorni.
Per questo lei non ha fretta.
La voce la incalza.
-Allora?
Allora…
allora non so… è che…
Non so.
Non so chi colpire.
Perciò non posso agire.

Monday, November 20, 2006
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